“Noi aggrediamo il futuro!” ovvero: Il lavoro ai tempi della merda

Sezione: Catarsi addosso

Mattina: mando uno sproposito di curriculum rispondendo a random un po’ a tutti gli annunci trovati in rete.

Primo pomeriggio: DRIIIN.

“Pronto?”
“Prontobuongiornolastochiamandoinmeritoallasuacandidaturaperlannunchioche…”
“Eh?”
“Buongiorno, la sto chiamando in merito alla sua candidatura per il nostro annuncio di lavoro.”
“Ah, buongiorno.”
“Buongiornonoistiamocercandopersoneperlavorodifrontofficebackofficesegr…”
“Scusi?”
“Le dicevo che stiamo cercando persone per lavoro di front office, back office, segreteria, magazzino, gestione commerciale e varie altre posizioni. Vorremmo fissarle un colloquio conoscitivo. Potrebbe venire oggi pomeriggio alle 18:00?”
“Guardi, purtroppo oggi pomeriggio ho un impegno da cui non posso liberarmi.”
“Ok, forse trovo un buco domattina alle 9:00.”
“Sono desolato, ma…”
“Alle 10:00?”
“No, vede…”
“Alle 11:00?”
“Ok.”
“Perfetto, venga domattina con il curriculum stampato!”
“Mi scusi, ma di che azienda di tratta?”
“Masdfgarehgrf.”
“Come, scusi?”
“Mastrsrvc.”
“Abbia pazienza, ci deve essere la linea disturbata.”
“Master Service.”
“Ah, capito. E di cos…”
“Mi raccomando, domani alle 11:00 in via xxxxxx XX all’Osmannoro. E si ricordi il curriculum.”
“Certamente. Buonas…”
Clunk.

Ovviamente non avevo la minima idea di chi cazzo fosse questa Master Service e di che cazzo di settore si occupasse, ma dovevo assolutamente cambiare lavoro e avevo inviato curriculum a chiunque, per qualunque posizione, dal posto per ingegnere aerospaziale su una stazione orbitante al trasportatore a mano di negri morti a Rosarno, per cui la cosa non mi allarmò. Non più di tanto, perlomeno.

Apro la mia casella di posta e controllo le candidature che avevo inviato, sia via email sia le notifiche di quelle fatte attraverso i portali appositi. Nessuna traccia di questa Master Service. L’unica candidatura possibile era quella per un annuncio in cui non era specificato il nome dell’azienda, che recitava:

Azienda leader nel settore cerca persone giovani, entusiate e motivate per apertura di una nuova sede. Aperte tutte le posizioni. Non è richiesta alcuna esperienza.

Primo campanello d’allarme: Non è richiesta alcuna esperienza = truffa e/o lavoro di merda.

Cerco Master Service su internet e saltano fuori almeno una dozzina di ditte sparse per tutta Italia. Boh…

Giorno dopo. Ore 10:45.

Arrivo all’indirizzo indicatomi e mi trovo avvolto nel grigiume di una delle zone più brutte e deprimenti della provincia, davanti ad un palazzo che sembra messo lì con la precisa intenzione di rovinare il buonumore a chi ci passa davanti: un orrendo scatolone di uffici sfitti e magazzini vuoti. Una distesa infinita di AFFITTASI e più ottimisti VENDESI costella questo imbarazzante aborto di un boom economico finito troppo presto, lasciando al suo posto abominevoli mucchi di scorie in cui nidifica quanto di peggio lo spietato mondo del capitalismo in agonia abbia da offrire. Ma solo il tempo di ammorbare ulteriormente l’ambiente, primo di morire e cedere il passo ad altra merda simile.

Questo posto puzza di fallimenti veri e pilotati, di forniture a nero, di lavoratori clandestini, di sedi legali di aziende fittizie, di prestanomi nullatenenti che non parlano italiano, di sfruttamento e di false illusioni. E ovviamente di Master Service.

Fumo una sigaretta e attendo l’ora.

Un napoletano panzone wannabe businnessman esce dal portone urlando al cellulare. Urla come se parlasse con qualcuno che sta usando un martello pneumatico e si piazza davanti a me come se dovessi essere interessato alla sua conversazione. Lo guardo ed ho un moto di profonda repulsione. Avrà addosso qualche migliaia di euro, tra vestiti, scarpe e ori vari, il tutto abbinato talmente di merda da far sembrare elegante persino un lercio punkabbestia strafatto che dorme coi cani nel sottopasso della stazione. Non parlo lo swahili, quindi non capisco paraticamente un cazzo di ciò che dice il subumano. L’unica cosa che intendo distintamente è che ogni sua frase contiene un numero seguito da “euro”.

Finisco la sigaretta, mi sistemo la camicia gettando un’ultima occhiata disgustata ai mocassini lucidi del cercopiteco sovrappeso e suono il campanello.

“Terzo piano!” Click.

Varco il portone e mi trovo in un ingresso ampio, deserto e silenzioso, in cui il sole pare quasi pomeridiano, che mi fa pensare ad una scuola dopo la fine delle lezioni.

Chiamo l’ascensore. Arriva. Si apre. Esce uno scemo che parla da solo e cammina sui talloni. Sa iddio che cazzo facesse sull’ascensore fermo e libero. Se ne va ignorandomi.

Salgo e premo 3. L’ascensore puzza di deodorante da due soldi, quello che usano i magrebini spruzzandoselo sopra generazioni di sudore vecchio.

Arrivo al piano e mi trovo davanti a tre porte, di cui quella a sinistra sfoggia un “Locale posto sotto sequestro giudiziario”, quella a destra pare non essere stata aperta da anni e quella centrale, bianca, candida, immacolata, lucida e socchiusa fa bella mostra di un pezzentissimo A4 in orizzontale con stampato sopra MASTER SERVICE in Arial. Perlomeno non hanno usato il Comic Sans.

Entro.

L’arredamento è scarno, plasticoso e odora ancora di Ikea. Tutto, intorno a me, grida “Ciao abbiamo aperto ieri e non contiamo di arrivare a domani!”

Secondo campanello di allarme: Questi stanno aperti giusto il tempo di fregare più gente possibile e poi svaniscono come ebrei ad una raccolta fondi, subito dopo il buffet.

“Buongiorno. Lei è?”
“Buongiorno, sono…”
“Ha appuntamento?”
“Sì, alle 11:00.”
“Bene. Ha portato il curriculum?”
“Sì, ce l’ho qui.”
“Prego, me lo dia si accomodi in sala di attesa.”

Terzo campanello d’allarme, suonato in ritardo: Perchè vogliono il mio curriculum stampato? Non l’hanno letto prima di chiamarmi? Questi chiamano chiunque = truffa e/o lavoro di merda.

La sala di attesa è uno stanzino arredato come descritto pocanzi: divanetti Ikea, librerie e scaffali Ikea rimepiti di soprammobili Ikea, stampe Ikea appese al muro e tavolinetti Ikea con sopra ciotole Ikea piene di caramelle. C’è uno stereo che spara truzzame a volume esageratamente alto.

Quarto campanello d’allarme: L’unico motivo plausibile che mi viene in mente per tenere l’audio di un cacatoio di Ibiza nella sala di attesa di un ufficio è impedire di sentire le voci dalle stanze accanto.

Seduti lì trovo altri due candidati, tutti con l’appuntamento alle 11:00: un obeso unto con la maglietta di World of Warcraft e una specie di coglione rapper che si spara le pose ciondolando su e giù per la stanza e che si esprime a monosillabi. Il primo non si è neanche curato di cambiarsi la maglietta, così forforosa che sembra gli abbiano grattugiato del Parmigiano sulle spalle. Il secondo, con la cintura stretta sotto i glutei e venti centimetri di mutanda burinamente in mostra, è costretto a tenere le gambe larghe per evitare che gli cadano i pantaloni e cammina come se fosse stato appena inculato da un battaglione di lanzichenecchi di ritorno dalla guerra.

Chiamano il mio nome, nonostante fossi arrivato per ultimo.

“Prego, entri”, mi dice la segretaria indicandomi una porta.

Entro e mi trovo davanti questo residuato di yuppismo sgrondato giù da qualche documentario/parodia sulla Milano da bere. Tra 35 e 40 anni, camicia con le iniziali ricamante, dinamismo eccessivamente ostentato, questo stronzo ti dà la mano tenendo il palmo rivolto verso il basso e ci tiene ad avere le chiavi del BMW in bella vista sulla scrivania vuota e asettica come un tavolo operatorio.

Mentre mi parla, fa delle cose. Cose inutili.

Finge di sistemare delle dispense, di cercare qualcosa nei cassetti, di leggere email sul pc e notifiche sul cellulare. Spesso non mi guarda neanche in faccia ma “Ti ascolto eh!”, perchè lui è uno che oh, ha da fare eh. Ma è figo e multitasking e quindi riesce contemporanemante ad ascoltarmi e a fare la figura del coglione.

“Vediamo il tuo curriculum” dice il razzolamerde interrompendomi, scattando su all’improvviso come Barambani quando si sveglia sulla barca, scartabellando i fogli e leggendo in un punto a caso.

“Qui dice che suoni.”
“No, c’è scritto che faccio il…”
“Bravo, ci serve gente come te. Dimmi, perchè ritieni di essere adatto per questo lavoro?”
“Ma guardi, veramente nessuno mi ha ancora detto di cosa si tratta.”
“Ahahahah, ma come, non ci conosci? Siamo un’azienda leader nel settore.”
“No, mi spiace. Quale settore?”
“Ah bè, quello del futuro. Noi ci occupiamo di energie rinnovabili. Vendiamo nuove prospettive. Capisci cosa intendo? Noi aggrediamo il futuro, non attendiamo che ci investa!”

Annuisco in silenzio, come se stessi parlando con un pericoloso pazzo armato da assecondare.

Dopodichè questo mentecatto comincia a raccontarmi che lui è entrato come me, che è partito dal basso, ma con il duro lavoro è cresciuto, perchè l’azienda è meritocratica, che lui ride di chi si fa il culo per 1000 euro al mese, che lui si è fatto la barchetta, la casa al mare, la casa in montagna, il cazzo e la merda, etc..

Poi prende un foglio e mi fa un rapido conto di quanto, io appena arrivato, avrei potuto guadagnare all’inizio. Si parlava di più di 3500 euro al mese, ma soltanto “lavorando con impegno e determinazione”.

Quinto campanello d’allarme: Il puzzo di bruciato a questo punto raggiunge i livelli di certi laboriosi stanzoni di Birkenau nel ’42.

Intanto il coglione riparte con più enfasi, accalorandosi e gesticolando. Mi dice che questa è la grande occasione, che non capisce perchè ci siano tanti scemi che si ostinano a voler fare lavori da 1000 euro al mese, che loro hanno inventato un nuovo modo di lavorare, che si capisce che sono uno destinato ad arrivare in alto e devo capire che mi merito un lavoro all’altezza delle mie capacità e che è ciò che devo pretendere da me stesso e altre puttanate che non ho ascoltato.

“Mi scusi, ma ancora non ho capito di che lavoro si tratta.”
“Le posizioni sono tutte aperte. Dobbiamo fare una giornata di prova per valutare quale sia il ruolo più adatto per te.”

Sesto campanello d’allarme: “quale sia il ruolo più adatto per te”, non “per quale ruolo saresti più adatto”. Che carini, organizzeranno il personale sulla base della mia valorizzazione professionale.

“Per il momento posso prendere solo una persona, ma io non sbaglio mai a valutare qualcuno e credo tu sia ciò che fa per noi. Te lo dico ancora prima di parlare con gli altri due. Se accetti, sei a bordo.”

Al puzzo di bruciato si aggiunge quello di merda. Merda che gronda dai muri e che ribolle nei cassetti. Merda che imbratta la scrivania e i vetri della finestra. Merda estrusa a pezzettoni da qualunque orifizio di questo cialtrone.

“Ok, salto a bordo!” rispondo. Alla fine sono in ferie. Per male che vada, avrò buttato una giornata.

“Perfetto! Presentati qui domattina alle 8:00 e facci vedere di cosa sei capace. Spacca tutto!” conclude con un gesto giovane e grintoso a pugno chiuso davanti a sè.

Esco dall’ufficio ma, prima di andarmene, mi avvicino alla scrivania della segretaria e attacco bottone con una scusa. Giusto il tempo di far cadere l’occhio su una fattura, una carta intestata, un deplian, o qualunque altra cosa riportasse il nome dell’azienda.

Bingo! E non è certo Master Service.

Esco, mi segno sul cellulare il nome dell’azienda (che non ricordo ma che chiameremo Cazzoemmerda) e mi accendo una sigaretta seduto sul mio scooter. Il napoletano è sempre al telefono, impegnato ad urlare davanti ad un paio di cinesi in pausa che lo osservano come i bambini guardano le scimmie allo zoo.

Aspetto.

Dopo circa dieci minuti scende il ciccione nerd e scopro che anche a lui hanno detto esattamente le stesse cose e che, manco a dirlo, gli hanno dato appuntamento la mattina dopo alle 8:00. Mentre sono lì che scambio due parole col lardoso ecco che ti spunta il rapper, uscendo trionfante dalla porta, ondeggiando nella sua camminata da spastico, con naso rivolto in su in una ridicola posa da nigga gangsta del quartiere.

“Bella raga… ci becchiamo!” dice mentre ci passa accanto orgoglioso di essere il prescelto, mica come noi due sfigati.

“Ciao capo. Ti ha detto che può prendere una persona sola, che tu sei quello che fa per loro e che lo capisce perchè lui non si sbaglia mai?” affondo la lama.

Istantaneamente la sua spavalda faccia di cazzo di quello che viene dal ghetto ma ha appena conquistato il mondo, si scioglie e si volatilizza, lasciando posto alla faccia di quello che conosce Angelina Jolie su un sito di incontri, ci fissa e all’appuntamento si trova davanti Platinette.

“Ti ha anche detto di venire domani alle 8:00 per una giornata di prova?”, giro la lama nella ferita.

Il primate mi guarda con l’aria che potrebbe avere un boscimano davanti ad un tablet. Capisce che c’è qualcosa che non va, ma il tutto gli sfugge.

“Cioè zio… dici che domani non vengono?”

Dio mio, è stupido come una bestia da aratro!

“Ho paura di no.” gli rispondo con l’aria sarcastica di quello che minimizza un qualcosa di scontato.

“Bastardi!” e se ne va mongoleggiando a gambe large e borbottando tra sè. Anche il ciccione forforoso sghignazza e lo deride.

Torno a casa, cerco Cazzoemmerda su internet e finalmente trovo conferme.

Decine di persone che si lamentano e descrivono un’esperienza simile alla mia, con il degno prosieguo.

Praticamente questi figli di puttana ti spadellano mille ruoli, posizioni e possibilità, ma in realtà cercando solo bassa manovalanza da mandare al macello porta a porta a vendere contratti telefonici e/o di fornitura elettrica. Avete presente quelli che vi suonano il campanello, vi rompono il cazzo presentandosi in genere come Telecom o Enel e vi chiedono di vedere le bollette? Ecco, loro.

La famosa giornata di prova consiste in:
-Ritrovo in sede con musicaccia altissima e slogan motivazionali all together forever and ever andiamo e conquistiamo il mondo siamo troppo i più meglio noi della Cazzoemmerda.
-Divisione in gruppi di due o tre persone e assegnazione ad un ciarlatano tipo quello del colloquio che ti sbatte in faccia quanto è ricco e felice grazie alla Cazzoemmerda.
-Partenza con la sua macchina, destinazione sconosciuta. Le auto più gettonate sono Mercedes, Audi o BMW, sicuramente prese con un finanziamento assassino che li obbliga a nutrirsi di pane, acqua e fede incondizionata nella Cazzoemmerda.
-Giornata passata a rompere i coglioni porta a porta per vendere contratti, con particolare dedizione ai vecchi che sono rimbambiti ed è più facile che ti firmino qualcosa.
-Ritorno in sede accolto da complimenti ed acclamazioni perchè sei bravissimo e promettente e farai un sacco di soldi perchè sei veramente portato per quel lavoro e cazzi e mazzi vari ed eventuali.

Chiudo il browser e prendo il cellulare.

“Tu tuuu… Tu tuuu…”
“Pronto?”
“Pronto merda, si va a pescare domattina?”
“Non lavori?”
“No, domani sono libero. Avevo un appuntamento di lavoro, ma è saltato.”
“La Giulia mi ha chiesto se la portavo a fare shopping ai Gigli.”
“Un motivo in più per venire a pescare.”
“Ok, ma glielo dico domattina, sennò stasera non scopo.”
“Stessa ora, alla chiusa.”
“Ciao merda!”
Clunk.

7 Commenti

  1. marty
    Postato il 3 dicembre 2015 alle ore 03:11 | Link diretto

    Bel pezzo. Efficace e divertente, nonostante parli di un tema grave in modo molto poco serio.
    Comunque sia, conosco diverse persone cadute nella rete di queste carogne. Sfruttano la disperazione dei disoccupati, ingannando i propri dipendenti e spingendoli ad ingannare i clienti.

  2. Loris Batacchi
    Postato il 23 gennaio 2016 alle ore 04:13 | Link diretto

    Ho avuto un’esperienza identica qualche anno fa, con l’aggiunta che nel merdoso giorno di prova ho dovuto sopportare una terrona di merda con l’alito marcio che litigava con la madre al telefono urlando come una matta per strada e che ha rischiato almeno due volte di schiantarsi in autostrada (con me a bordo) da quanto era incapace dietro al volante.
    Li ho sfanculati appena tornati in sede, ma la cosa bella è che a distanza di tempo ho trovato un altro palese annuncio-truffa di un’altra azienda che si è poi rivelata la stessa della mia esperienza, quindi è vero che aprono, chiudono e cambiano nome nel giro di breve come nelle peggiori truffe imprenditoriali terrone.

  3. Lodailsoleputtana
    Postato il 17 marzo 2016 alle ore 18:52 | Link diretto

    Mi è successa la stessa cosa il mese scorso, uguale e preciso in ogni dettaglio.
    Al giorno di prova manco sono andato.

  4. Davide
    Postato il 18 aprile 2016 alle ore 19:57 | Link diretto

    Esperienza uguale identica, circa quindici anni fa… Ti mandavano a far sottoscrivere contratti telefonici per conto di Telecom a chi avesse avuto Vodafone, e Vodafone a chi avesse avuto Telecom. Ovviamente ho dato buca il primo giorno di lavoro.

  5. Picio all'Aglione
    Postato il 15 dicembre 2016 alle ore 13:03 | Link diretto

    Diocane, questo articolo andrebbe linkato su ogni portale di annunci di lavoro.

  6. Succo di Vulva
    Postato il 6 febbraio 2017 alle ore 17:57 | Link diretto

    LA VITA È UN GRASSO E VISCIDO TRICHECO CHE DOPO AVERTI SCOPATO GOFFAMENTE MA CON GUSTO PER UN TEMPO INTERMINABILE ESTRAE IL SUO CAZZO SALATO DAL TUO CULO E TI SUSSURRA NELL’ORECCHIO: “NON PIANGERE, GUARDA …” E ALLORA TU TI GIRI E VEDI CHE DIETRO DI LUI C’È UNA LUNGHISSIMA FILA DI TRICHECHI CHE SI PERDE ALL’ORIZZONTE, TUTTI CHE SI SFREGANO LE PINNE CON UN GHIGNO DI SPREZZANTE FEROCIA, E OGNI TRICHECO È PIÙ GRASSO E MEFITICO DI QUELLO CHE LO PRECEDE. INTANTO IL TRICHECO CHE HA APPENA FINITO DI SCOPARTI SI STA SCIACQUANDO IL CAZZO IN UN APPOSITO BIDÈ PER TRICHECHI PER EVIDENZIARE QUANTO GLI FAI SCHIFO, E MENTRE SI ALLONTANA LO SENTI ESCLAMARE CON NONCURANZA: “AH GIÀ, SONO SIEROPOSITIVO.” E TU TI CHIEDI SE HAI SENTITO BENE, MA NON HAI TEMPO DI RIFLETTERE PERCHÈ UNA GROSSA PINNA BAGNATA TI SBATTE LA FACCIA A TERRA ED UNA VOCE PROFONDA GORGOGLIA: “SCOPERÒ VIA LE TUE SPERANZE.”

  7. Roba da Chiodi
    Postato il 2 marzo 2017 alle ore 17:44 | Link diretto

    L’appuntamento è nel lussuosissimo bar con veduta panoramica in un albergo della mia città.
    Appena entrato nella hall mi assale subito il dubbio: “devo presentarmi in reception o posso liberamente girare per l’albergo?” pensando ciò, rimango a fissare la reception per 30 secondi buoni, cercando nella mia mente tutte le scene dei film nei quali avessi potuto vedere una scena simile.
    Ma niente, non mi viene in mente nessuna scena, se non uno di quei film d’azione nei quali avviene un inseguimento nella tromba delle scale e uno dei malviventi impatta violentemente contro il carrello delle lenzuola da cambiare nelle camere.
    La timidezza, però, vince, decido quindi di non dire niente e di camminare con fare indaffarato e convinto, sperando di essere scambiato per uno dei tanti clienti. Funziona; funziona fino ad un certo punto, perché non riesco assolutamente a trovare l’ascensore. Esplorando finisco infatti nel ristorante, o meglio, all’entrata della cucina, capisco l’errore e faccio subito dietrofront. Vedo un’addetta che si sporge e che mi guarda dubbiosa. Decido di batterla sul tempo, e le rivolgo io la parola «Mi scusi, mi hanno detto che il bar è al decimo piano, quale direzione devo seguire?» la ragazza mi indica una porta mezza socchiusa, subito di fianco all’entrata, e mi dice che avrei trovato lì l’ascensore.
    Mi ci dirigo e prendo l’ascensore. L’ascensore è spazioso, sono solo ed è uno di quegli ascensori con lo specchio dentro. Specchiandomi mi aggiusto i capelli, tiro il collo della camicia, provo qualche espressione facciale, e all’apertura delle porte torno subito serio. Mi si apre un corridoio lunghissimo, culminante in una scala frontale che non permette la vista del piano rialzato al quale conduce.
    Mi incammino e giungo ad un’intersezione tra i corridoio, noto poi un cartello con scritto: “Thermal Resort, Gym, Bar”, più vari simboli indicanti i vari servizi offerti.
    La direzione del bar, però, non mi è chiara. Così penso che il bar si possa trovare solo alla fine delle scale frontali di cui ho parlato poco fa. Mi ci dirigo, percorro la rampa e mi ritrovo in una stanza illuminata solo dalla luce naturale proveniente dalle finestre, deserta, ma piena di attrezzature per l’esercizio fisico. Capisco di aver sbagliato, ovviamente.
    Torno indietro ed ostento ancora di più la sicurezza di chi conosce la struttura, temendo che il misterioso individuo del colloquio potesse avermi in qualche modo visto.
    Mi infilo nel corridoio subito a destra, sempre guidato dalla stessa sicurezza. E ci prendo.

    Il bar è molto bello, non ha pareti ma solo vetrate che permettono la vista di tutta la città. Mi piace molto. Il locale è pressoché vuoto, c’è solo un anziano le legge il giornale in un angolo e una coppia molto elegante, seduta al tavolo più in luce tra tutti, con lui che osserva attentamente il portatile, contraendo di tanto in tanto la fronte e la moglie che smanetta uno smartphone.
    Mi dirigo verso il bancone del bar e chiedo un caffè, non perché ne avessi voglia -anzi odio il caffè-, ma perché so che è così che si fa in questi casi. Mentre aspetto che il caffè sia pronto, mi tornano in mente le discussioni fatte con qualche “sborone di mondo” della mia zona, che parlava di esclusive procedure da seguire per bere “il vero caffè”.
    Immagino di essere lui e dico «Mi dà anche un goccino d’acqua, cortesemente?».
    Finisco di bere il caffè, e aspetto, e rimango in attesa. Mi dirigo verso la vetrata e mi metto ad osservare la città. Cerco di trovare casa mia, ma è impossibile, la prospettiva me lo impedisce. Improvvisamente sento qualcuno chiamare il mio nome, alle mie spalle.
    «Sei X, vero? Vieni pure.» si tratta dell’individuo che avevo visto entrando, quello che stava al computer in compagnia di una donna.
    È ovviamente elegantissimo e curatissimo, indossa la fede, un brillantino all’orecchio, barba cortissima e curata e capelli corti, per nascondere la stempiatura evidente. Mi accompagna al tavolo, do la mano sia a lui che alla moglie, che si limita a guardare, sorridendo. Riconosco nella moglie i tratti meridionali, mentre in lui riconosco i tratti tipici della mia zona.

    Comincia subito:
    – «Fai già qualche lavoretto? O sei completamente disoccupato?»
    – «No, faccio qualche lavoretto saltuariamente, nulla che si possa definire un impiego.»
    – «Ho letto nella presentazione che ti interessa molto internet, che ti piace il mondo del web insomma.»
    – «Certamente, coltivo autonomamente questa passione da oltre 10 anni, ma non ho mai seguito alcun corso. Ho però saputo sfruttare intelligentemente l’internet, imparando, ad esempio, l’inglese da autodidatta, oltre all’utilizzo -sempre amatoriale- di un paio di linguaggi di programmazione semplice ed accessibili.»
    La moglie, che fino a quel momento era stata in silenzio parla per la prima volta:
    – «Complimenti! Beato te che capisci l’inglese, io ci provo da tanto, ma non riesce ad entrarmi in testa.»
    Rincalza l’uomo:
    – «È vero, è molto utile l’inglese, al giorno d’oggi.»
    – «Allora» lo dice girando il portatile verso di me, sul cui schermo appare trionfalmente un logo con il tipico stile minimale di moda adesso, che però cattura efficacemente l’attenzione «Conosci già questo marchio? Ne hai mai sentito parlare?»
    – «Sinceramente no, di che si tratta?»
    – «È normalissimo che tu non lo conosca. Si tratta di un’azienda appena arrivata in Italia. Si parla di qualche mese. Dunque, questa azienda nasce dall’idea del figlio di tale X, che negli anni 70 fu tra i primissimi a sviluppare diversi programmi sui primissimi computer, arrivando addirittura ad aggiudicarsi l’appalto per un programma ancora oggi utilizzato dalla “NASA”.»
    Questa presentazione in pompa magna mi basta per perdere la poca fiducia che avevo presentandomi.
    – «Sai qual è il settore che oggi va tantissimo? e che mai crollerà?»
    Non avendo la minima idea di cosa trattasse l’azienda, abbozzo un:
    – «La salute penso.»
    – «Esatto! Non nel senso stretto del termine, ovviamente. Guarda: queste sono le principali linee di prodotti offerte dalla nostra azienda.»
    Preme un tasto e la schermata cambia, mostrando un grafico con alcuni prodotti e sopra ad ognuno di essi, rispettivamente: “COSMETICA – SPORT – BENESSERE – CURA”.
    – «Sai meglio di me che la cosmetica è qualcosa che non conosce crisi. Tanto per le donne -e dicendo ciò guarda la donna, che sorride confermando-, e ormai tanto per gli uomini.»
    – «È vero, la cura per se stessi è una priorità oggi.»
    – «Esatto. La nostra azienda propone questi prodotti e…»
    E qui inizia con una serie di specifiche sulle componenti «Naturalissime!» dei prodotti. Mi mostra il video preso da uno di quei programmai trash americani, nel quale una casalinga con evidentissime borse sotto gli occhi prova questa miracolosa crema istantanea, e nel giro di un minuto si ritrova ad avere una pelle liscissima e priva di imperfezioni.
    – «Impressionante, vero?»
    – «Effettivamente!»
    – «Sai, uno potrebbe pensare che sia falso. Tu sai meglio di me che è possibile alterare un’immagine con il computer, per questo motivo mia moglie porta sempre con se una fialetta, da far provare ai nostri clienti o ai futuri colleghi. Ma non è il tuo caso, perché sei giovanissimo.»
    E qui ho la conferma di tre cose di cui ero già certo. La prima è che si tratta di marito e moglie, la seconda è che si tratta di persone in malafede, e che sanno che lo sono pure gli altri, ed infine che utilizza delle tecniche dialettiche che immagino essere molto efficaci con gli sprovveduti.
    Continua con vari grafici indicanti il fatturato dell’azienda in soli sei anni, equiparando i successi a mostri dell’informatica «che conoscerai sicuramente!» come “Google, Facebook, Amazon, Apple, etc etc”.
    – «L’azienda è appena arrivata in italia. Questo cosa significa? Significa che, entrando, sfrutteresti l’espansione» dicendo ciò cambia nuovamente schermata, e compare un grafico di andamento, diviso in tre parti “apertura, espansione, successo” in ordine di profitto.
    – «Vedi, in questo momento ci troviamo in questa fase» e preme con l’indice sulla parte di grafico rappresentate “apertura” «vuol dire che, entrando adesso, ti troveresti nel bel mezzo dell’espansione, che è il periodo più felice, nella costruzione di un business» questa volta preme sul settore dell'”espansione”, preme talmente forte che annerisce per un paio di secondi qualche pixel sullo schermo.
    – «Cosa devi fare tu? Tu sei la pubblicità, ti pagano per essere pubblicità. Quello che devi fare, in poche parole, è appoggiarti all’azienda, che ti regala il sito, crei così il tuo negozio personale, sfruttando il dominio appunto. Questo è tutto. Avrai sentito parlare di e-commerce, no? È il futuro. Tu apri il negozio, che non ti costa niente. Pubblicizzi gli articoli in vendita, e qualora qualcuno comprasse dal tuo negozio, tu guadagneresti una parte di quanto spendono i clienti. Puoi solo guadagnare, quindi.»
    Interviene quindi la moglie:
    – «Sì, tu non devi fare niente di difficile. Alla spedizione ci pensa l’azienda. Al pagamento ci pensa l’azienda, e vieni pagato settimanalmente. Non devi avere un magazzino, non devi acquistare tu e poi rivendere. Insomma, non si tratta di quei progetti di marketing truffa che sei abituato a vedere su “Striscia la Notizia”.»

    Tra me e me penso a quanto si sforzino per sembrare credibili. Arrivo persino a fare qualche considerazione esistenziale, sulla lotta che costantemente l’uomo porta avanti per sopravvivere e un po’ provo pena loro, perché tentano solo di tirare avanti. Immagino il più autoritario dei due, il marito, durante la giovinezza e quindi senza la più palese idea che un giorno avrebbe fatto tale mestiere. Immagino anche il loro primo incontro e mi chiedo dove si siano incontrati, se in meridione o nella mia città. Noto anche che segue un pattern, segue uno schema di dialogo che deve aver eseguito innumerevoli volte. Perché rispetta con rigore qualsiasi pausa, e fa scorrere le parole infischiandosene e sovrapponendosi ai chiarimenti che la moglie ci tiene a fare. Vengo però destato da una sua domanda:
    – «Cosa ne pensi?»
    – «Trovo interessante il fatto che l’azienda stia puntando totalmente sul web, escludendo la vendita al dettaglio porta a porta. Mi piace soprattutto che sia una cosa gestibile da sé, senza alcun capo, senza alcun orario.»
    – «Esatto, senza nessun capo» dicendolo riporta lo slideshow sul pc ad un’immagine singola, che mi aveva mostrato poco prima, con scritto “Vantaggi: Nessun capo, nessun orario, nessun impegno. Svantaggi: Nessuno”.

    Per qualche minuto alleggeriscono la conversazione portandola sui viaggi che l’azienda offre ai propri dipendenti e ai viaggi che hanno fatto loro negli Stati Uniti, o in Olanda. Continua poi elencando un’altra serie di caratteristiche, legate al sistema piramidale classico, a incroci binari diretti, in salsa web 2.0, quindi con paroloni inglesi, costanti riferimenti a multinazionali, etc etc. Finisce poi la presentazione con informazioni riguardante le tasse, il contratto, pagamenti, e specifiche lavorative generiche.

    – «Non hai spese, l’unico contributo, per iniziare, sono 30€. Da dare all’azienda per acquistare il software. Ti vuoi quindi iscrivere?»
    – «Non le farò mistero della mia perplessità»
    – «Dammi pure del tu!»
    – «D’accordo; non ti nascondo le mie perplessità. Perché ho avuto amici -e qui ho mentito io- che hanno lavorato in contesti molto simili, e so che è qualcosa che funziona solo se si è un certo tipo di persona. Però l’idea mi affascina. Come le ho, ehm, come ti ho detto, so usare molto bene internet, e volevo quindi informarmi da me, prima di firmare qualsiasi cosa. È una semplice precauzione, mi capisci.»
    – «Assolutamente! Ci mancherebbe, guarda, ti do tutti i miei riferimenti, dai pure un’occhiata e fai qualsiasi domanda.»
    – «D’accordo, vi ringrazio per il tempo concessomi, e vi auguro buona giornata.»
    Allora mi alzo, stringo la mano ad entrambi e mi dirigo verso l’uscita, in un mare di pensieri. Esco dall’albergo quasi senza accorgermene. E salgo sull’autobus. Durante il viaggio di ritorno penso che più che un colloquio di lavoro mi sia sembrata la presentazione di un prodotto, fatta per convincermi ad acquistarlo.

    Inserendo la chiave nella porta di casa mi fulmina un pensiero: non ho pagato il caffè. Io sono rigoroso su queste cose, non l’ho fatto volontariamente, semplicemente mi è passato di mente, anche perché la barista se n’è andata non appena mi ha servito il caffè. Mi sforzo però di ricordare meglio, e ricordo che uscendo dal bar, la barista mi ha augurato buona giornata. Quindi deve aver pensato che il caffè mi sarebbe stato offerto dalla coppia. E quindi realizzo: mi è stato offerto involontariamente un caffè da coloro che con tutta probabilità tentavano di incularmi.
    E mi sento vincente.

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