
Era la mattina di una grigia e piovosa giornata invernale. In un anonimo ufficio del Ministero dell’Interno, arredato con foto della Prima Repubblica ingiallite dagli anni e pile di moduli cartacei che sembravano erette a trincea per difendere la nazione dal progresso, sedeva il signor Kwame Osei, un corpulento uomo del Ghana con una lunga cicatrice sulla guancia, gli occhi di chi ha scannato capre e uomini senza che le due cose gli presentassero sostanziali differenze di carattere etico e una storia struggente da raccontare.
Kwame aveva attraversato deserti, mari e perfino la Campania per arrivare qui, e ora, di fronte alla commissione per le richieste di asilo, stava giocando la sua carta vincente: dichiararsi gay e proveniente da un paese dove l’omosessualità è perseguitata dalla legge, dalla popolazione e dagli spiriti maligni.
