Storie di vita vissuta (male)

Sezione: Catarsi addosso

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Firenze, una sera qualsiasi di una decina di anni fa.

La serata era iniziata come tante altre: solito locale, un paio di drink, qualche risata con gli amici, molestie, minacce e la solita immersione nel solito disagio sociale da guardare con sdegno e/o derisione ma da cui curiosamente non siamo mai riusciti ad allontanarci…

Poi l’avevo vista. Magra ma con le curve al posto giusto, pelle candida costellata di tatuaggi, capelli lunghi neri, un mezzo sorriso lucido e asimmetrico, lo sguardo malizioso di chi ancora non sa cosa vuole ma sa già come prenderselo e un leggero vestitino nero che chiedeva di essere sganciato e lasciato cadere.

La nostra prima conversazione non duró molto: ci riconoscemmo subito a vicenda come due anime affini che pragmaticamente vogliono spassarsela e a cui non frega un cazzo di quel formale e burocratico gioco delle parti in cui entrambi dobbiamo far finta di essere interessati a sapere di piú dell’altro.

Fanculo, andiamo a scopare.

Da allora ci manteniamo su un simpatico rapporto e su un accordo mai esplicitamente verbalizzato: non ci chiamiamo, non ci scriviamo e non ci cerchiamo mai ma, quando ci incontriamo, la serata finisce in genere allo stesso modo.

 

Firenze, oggi, tarda serata.

Sono appoggiato al banco di un pub in attesa della mia birra, quando mi sento sfiorare il braccio e odo un voce che ben conosco.

“Scusi, ha mica una sigaretta da offrirmi?”

“No, mi spiace. Ho smesso.” dico voltandomi, appoggiando i gomiti sul bancone e trovandomi davanti gli occhi verdissimi e penetranti di Cristina che mi osservano da sopra il suo sorrisetto storto.

“Bravo, allora ricomincia e vieni fuori a farmi compagnia.”

“Intendevo dire che ho smesso di frequentare donne degenerate, ambigue e che probabilmente hanno alle spalle piú aborti che relazioni sane.”

“Ma falla finita! Per quanto sono figa stasera, mi seguiresti anche sotto i bombardamenti di Charkiv.”

“Ovvio, stavo solo prendendo tempo mentre l’Aly finisce di spinarmi la birra.”

“E’ quasi pronta, vedo. Ti aspetto fuori tra trenta secondi netti.”

Prendo la birra, do una lunga sorsata e mi avvio verso l’uscita. Lei fa gli occhi dolci ad un tipo e gli scrocca due sigarette. Appena la raggiungo, me ne porge una e le accende ad entrambi.

“Sei in ritardo.”

“Come va? Hai l’aria di una che vorrebbe fuggire ma non sa da cosa.”

“Bah, niente di che. Sono solo reduce da una cena coi colleghi: sorrisi finti, ambienti pretenziosi, conversazioni a cavallo tra l’aziendalista e l’alterato di chi non è abituato a bere o far vita sociale e uomini imbarazzanti che pensano che basti un vestito costoso e qualche drink per rimorchiare una donna.”

“In effetti se non ci aggiungi anche la droga…”

“E tu? Hai giá programmi per la serata?”

“Ti diró… Ho un ego da nutrire e una dignità da conservare. E le due cose non sempre vanno di pari passo.”

“Sei proprio il mio tipo: fottutamente complicato e inutile.”

“Brindiamo alla reciproca inutilità?”

“A noi. Che continuiamo a non sapere niente l’uno dell’altra, ma ci ritroviamo sempre con i vestiti per terra.”

“Magari siamo le due metá del mito di Aristofane.”

“Si, certo. O magari sei solo bravo a togliermi il reggiseno con una mano sola.”

“Vuoi ferire i miei sentimenti? Ci sei solo tu nel mio cuore.”

“Ti conosco abbastanza da sapere che stai mentendo. Ma va bene così.”

“È il fondamento della nostra relazione, no? Segreti, bugie a cui non crede nessuno e orgasmi sinceri.”

“Finalmente qualcuno che capisce l’amore moderno.”

 

Dall’ultima volta in cui ci siamo visti, Cristina ha cambiato casa e si è trasferita in un vecchio palazzo tra Santa Croce e via Ghibellina. L’appartamento é strano ma molto carino, ricavato in un antica struttura dai soffitti altissimi, con soppalchi e un arredamento moderno ma non minimal, che non stona affatto con il contesto. Si nota quel disordine diffuso che non dà l’idea di caos ma di ambiente vissuto.

Lasciandoci dietro una scia di vestiti, pensieri spiacevoli e scelte sbagliate, saliamo le scale fino ad un ampio soppalco in legno e piombiamo a letto. Mentre affondo la faccia tra le sue gambe, noto un nuovo tatuaggio: un’ancora in stile traditional sull’inguine a destra.

 

Il mattino dopo, tarda mattinata.

Fisso il soffitto antico a travi di legno, perso nel dormiveglia in cui non capisci se sei sveglio o meno e i sogni si accavallano e con la realtà. Cristina dorme nuda e beata, con un braccio su di me che vuol dire confidenza, complicità e fiducia, ma niente di piú.

Poi, dal soggiorno, un rumore di chiavi nella serratura.

“Psss… Cri… Aspetti qualcuno?”

“Amo? Ci sei? Ho preso i bomboloni!” trilla una voce femminile allegra, troppo allegra per quell’ora e troppo allegra in generale, tanto da suonare forzata.

Cristina si sveglia di colpo e si raddrizza sul letto come se fosse scattato l’allarme olocausto nucleare.

“Merda, è Carla!” sibila secca fra i denti.

“Non sapevo avessi un animale domestico che parla.”

“È la mia coinquilina. Non credevo sarebbe tornata prima di stasera.” bisbiglia lucidissima, nonostante si sia appena svegliata, con l’aria concentrata di chi si prepara a gestire un’emergenza.

“Vabbè, che problema c’è? È una semplice coinquilina o te la scopi?”

“No, per caritá… ma è un’incasinata totale. Meglio se non ti vede, fidati. Nasconditi.”

“Come nasconditi? Che cazzo vuoi che faccia? Che mi cali dalla finestra nudo come nelle vignette della Settimana Enigmistica?”

“Ma no, coglione. Rimani qui a letto, fermo, zitto e in silenzio. Io cerco una scusa per farla uscire.”

Inutile discutere. Obbedisco e cerco una posizione abbastanza comoda in cui poter restare fermo non so ancora quanto, mentre lei scende chiudendosi la vestaglia, sbadigliando e ostentando un’aria assonnata.

Sono proprio sotto il soppalco, a pochi metri da me, e la voce tremolante di Carla, chiaramente su di giri, tradisce ansia, angoscia e una condizione emotiva che probabilmente tiene a bada solo grazie a fiaschi di Xanax.

“Notte fuori, eh? Brava. Almeno una di noi si diverte. Io invece… disastro!”

“Che succede?” chiede Cristina imperturbabile, versando del caffè freddo in una tazza col latte.

“Un casino, cazzo! Un casino!”

“Cristo, Carla, calmati!”

“Ho detto a Luca che sono incinta!”

“Eh? E perché l’hai fatto, di grazia?” chiede la mia cara compagna di letto, sforzandosi di sembrare coinvolta e preoccupata.

“Perché mi voleva lasciare, cazzo! Era lì, con quella sua faccia di merda a dirmi che non funzionava più, che dovevamo prendere strade diverse… Io l’ho guardato negli occhi e gli ho detto che aspettavo un bambino.”

Silenzio.

Pesante.

“E lui?”

“E lui mi ha abbracciato e ha pianto. E ora resta.”

“Ok, e poi?”

“E poi non lo so, cazzo! Non so che fare!”

“Ma come l’ha presa?”

“È felice. Lo vuole tenere! Mi ha chiesto quando andiamo a fare la prima ecografia.”

Diocane, cosa stanno sentendo le mie orecchie? Ho un brivido di schifo raramente provato.

“Carla, ma sei fuori di testa? Quanto pensi di poterla tirare avanti?”

“Non lo so, ma che dovevo fare? Voleva lasciarmi!” singhiozza Carla tra un mezzo pianto e una risatina isterica.

“Giá, giusto. E se lo scopre? Anzi no, mi correggo… E quando lo scopre?”

“Non lo so. Ci ho pensato… Magari gli dico di aver avuto un aborto spontaneo.”

Il mio disgusto brucia fino ai limiti piú estremi, come il cosmo dei cavalieri dello zodiaco. Quella donna non è solo squallida, non è solo una miserabile infame, è proprio marcia dentro.

“Lascio passare un po’ tempo, vedo cosa succede, come si comporta e poi penso a come raccontargliela. Dai, mica sarà cosí stronzo da lasciarmi dopo che ho perso il bambino…”

Non ce la faccio piú. E’ vomitevole.

“Carla, tu…” inizia pacatamente Cristina.

“Carla, tu mi fai schifo!” urlo io dal soppalco.

Carla fa uno scossone e volge lo sguardo in alto. Cristina ha un sussulto. Non se lo aspettava, ma si scompone appena, tornando a sorseggiare caffellatte dalla tazza dei Puffi.

Io sono bellissimo! Con indosso solo una maglietta degli Hardcore Superstar e boxer aderenti zebrati, mi affaccio dal soppalco tuonando dall’alto come folgore dal cielo. Lei non ve la descrivo di proposito, perché ognuno di voi si figuri nella sua testa la propria personale incarnazione di infamia e miseria esistenziale.

“Ma che cazzo…?”

“Ti giuro che di gente di merda nella mia vita ne ho conosciuta tanta, ma tu mi ripugni come nemmeno il peggior spurgo sociale era riuscito a fare finora! Cazzo, hai letteralmente ritarato la mia scala dello schifo!”

Carla è impietrita. Guarda me e guarda Cristina, che la guarda a sua volta e beve in silenzio dalla tazza.

“Scusa, e tu chi cazzo saresti?”

“Uno che ha avuto la sfortuna di ascoltare la tua merda. Ma porcoddio, ti rendi conto di quanto tu sia spregevole?”

“Ma che cazzo vuoi? Chi cazzo ti dà il diritto di giudicarmi?” balbetta la vile iena con un’aggressività che cela timore e vergogna.

“Io me lo prendo il diritto di giudicarti! Tu sei una merda! Persino io che non non ho figli, non ne voglio e non sopporto i bambini, trovo disgustoso quello che stai facendo. Non solo hai dato a quel povero scemo una gioia che non esiste, ma già ti prepari a distruggerla con un finto aborto, così poi puoi metterti a piangere e farti consolare. E per cosa? Per paura di restare da sola? Sei patetica e ripugnante!”

“Ma come cazzo ti permetti? Un uomo che viene a farmi la morale? Tu non hai idea di cosa significhi essere una donna! Noi dobbiamo lottare per ogni cosa, anche solo per non essere lasciate come dei fazzoletti usati!”

Adesso sta urlando, con la voce rotta dai singhiozzi.

“Ah, eccola la carta jolly del patriarcato. Peró non sapevo che nel vademecum della finta femminista del ventunesimo secolo ci fosse anche il diritto di non essere lasciate!” ridacchio.

“Ma vaffanculo! Tu non sai niente di me, niente! Non sai cosa ho passato, non sai cosa affronto ogni giorno!”

“No, non lo so. Ma quel poco che so mi basta per capire che sei una merda senza appello!”

“E tu che cazzo di uomo sei per parlare cosí ad una donna? Non ti vergogni?”

“E tu non ti vergogni ad usare il tuo esser donna come uno scudo? Come se questo poi dovesse giustificare tutto lo schifo che ho sentito.”

“Io… io…”

“Cos’è, imbastisci questi teatrini perché in cuor tuo lo sai di non meritare l’amore di un uomo? E allora ti crei la tua personale miserabile recita?”

“Non è vero! Tu non mi conosci! Non sai niente di me!” singhiozza Carla con la voce che inizia ad esser rotta dal pianto, mentre prende la borsa e barcolla malamente verso la porta.

“Però ci ho azzeccato, vero?”

“Vaffanculo, bastardo figlio di puttana! Spero tu crepi male!” urla esplodendo in lacrime. Poi sbatte la porta e se ne va.

Silenzio.

Scendo le scale.

“Bravo, complimenti… Ti sei divertito?” mi dice Cristina, con un poco convinto tono di rimprovero, addentando uno dei bomboloni portati da Carla.

“Ma dai… dimmi che non se lo meritava. Hai del caffé?”

“Sul cucinotto. Cazzo che delizia questi bomboni, prendine uno. E comunque non fingere che non ti sia piaciuto trattarla in quel modo.”

“Ok, peró allora tu non fingere che non ti sia piaciuto vedere mentre la trattavo in quel modo.”

Cristina si appoggia allo schienale, inarca la schiena in avanti e accavalla le gambe facendo scivolare giú la leggerissima vestaglia, fissando il bombolone.

“Diciamo che è stato il più divertente dei miei risvegli post-sesso. C’era drama, c’era passione, c’era pathos… E poi c’erano i bomboloni. Sul serio, assaggiane uno.”

“Secondo te quando torna quella pazza sociopatica?”

“Al 90% è andata dalla sua amica a Montemurlo. Parleranno per ore, si piangeranno addosso, si inventeranno qualche nuovo colpevole dei loro guai e si imbottiranno di ansiolitici.  Non tornerà prima del pomeriggio.”

“Ottimo. Allora mangio il bombolone, bevo il caffé, mi do una sciacquata e torniamo a scopare?”

“Cosa ti fa pensare che abbia ancora voglia di te e delle tue manacce addosso?”

“Se ti lascio il mio bombolone?”

“Ok, ti aspetto a letto.”

11 Commenti

  1. Vanni
    Postato il 24 Aprile 2025 alle ore 13:00 | Link diretto

    Una donna da sposare, cazzo!

  2. Postato il 24 Aprile 2025 alle ore 18:40 | Link diretto

    Siamo seri: una donna che si comporta da uomo ha per forza il cazzo.

  3. Unghio incarnito
    Postato il 25 Aprile 2025 alle ore 07:54 | Link diretto

    Crudo realismo, personaggi sporchi e imperfetti, edonismo sbandierato e nessuna speranza di redenzione.
    Cosa manca?

  4. Dio loppide
    Postato il 27 Aprile 2025 alle ore 16:04 | Link diretto

    Peccato che il mondo sia pieno di carle (spesso camuffate da persone normali) anziché di cristine.

  5. Cagone
    Postato il 29 Aprile 2025 alle ore 16:52 | Link diretto

    @mungo i tori, lo dici come se non fosse un vantaggio. Almeno non rischi di metterlə incintə!

  6. Pellizzaro
    Postato il 30 Aprile 2025 alle ore 09:50 | Link diretto

    Maronn si giust e neanch sever

  7. Veterano laydo
    Postato il 1 Maggio 2025 alle ore 13:53 | Link diretto

    Ciao Pellizzaro. Come sta la figghiola? Quanti figli ha adesso? I padri sono ingiustamente carcerati?
    Un augurio di preshta libbertà.

  8. Anonimo
    Postato il 2 Agosto 2025 alle ore 09:26 | Link diretto

    Yo, ciao a tutti gli amici di Diochan, il sito che si chiama come una bestemmia, e un saluto speciale ai carpettoni che bazzicano tra i thread! Oggi è una mattina di agosto, magari siete stravaccati sul divano, con la voglia di leggere pari a zero perché fa caldo, il ventilatore è rotto, o semplicemente state ancora smaltendo la pizza di ieri. Però, la curiosità vi frega: OP ha buttato lì una domanda succosa – “Anon non ciccione in tuta ha mai avuto una Cristina? O una Carla?” – e ora volete sapere chi diavolo siano queste due nella storia di Laydo, senza slogarvi a leggere tutto. Tranquilli, ci penso io, con un riassunto rapido e un identikit di Cristina e Carla.

    Riassunto della storia: siamo a Firenze, una decina di anni fa. Il protagonista, un tipo cinico e un po’ sbruffone, incontra Cristina in un locale. Scatta subito la chimica, zero chiacchiere inutili, e finiscono a letto. Da allora, hanno un rapporto senza impegno: non si cercano, ma quando si incontrano, è sempre la stessa musica – vestiti per terra e via. Anni dopo, in un pub, si rivedono. Flirt, sigarette, battute, e finiscono di nuovo a casa di lei, un appartamento figo ma disordinato. La mattina dopo, mentre sono a letto, arriva Carla, la coinquilina di Cristina. Carla, in preda a un crollo emotivo, confessa di aver mentito al suo ragazzo, dicendogli di essere incinta per non essere lasciata, e pianifica di fingere un aborto. Il protagonista, schifato, la affronta dal soppalco, insultandola pesantemente. Carla scappa in lacrime, e lui e Cristina, per nulla turbati, si fanno una risata, mangiano bomboloni e tornano a letto.

    Chi è Cristina? Una tipa magnetica, indipendente, con tatuaggi, capelli neri e un sorriso sornione. È diretta, ama divertirsi senza legami, non cerca romanticismo ma momenti intensi. Ha un’aura da “so cosa voglio e come prenderlo”, vive in un appartamento vissuto e gestisce le situazioni con calma, anche quando il dramma esplode.

    Chi è Carla? La coinquilina problematica di Cristina. È emotivamente instabile, manipolatrice, e disposta a tutto pur di non restare sola, persino a inventarsi una gravidanza. La sua fragilità è tossica, mescolata a isteria e ansia, e il protagonista la trova disgustosa per le sue bugie.

    Domanda di OP: Anon non ciccione in tuta, hai mai avuto una persona magnetica e senza fronzoli come Cristina? O una persona instabile e manipolatrice come Carla? Fateci sapere, carpettoni!

  9. dott. Bianco Candore
    Postato il 4 Settembre 2025 alle ore 23:32 | Link diretto

    Cari uomini dall’orientamento sessuale fluido e coraggioso,
    sono molto contento di constatare che continuate a postare, vacca madonna dal culo spanato a manovelle buche.

    

I tempi nostri, lo sapete, si fanno sempre più cupi, tanto che né l’arte, né la dottrina medica, né persino i più che ogn’altro scientifici gender studies riescono pienamente a rischiarare la tenebra che ci assale ormai d’ogni parte:




    Grevi, mortali, filestei e bruti,


    son oggi i die su queste terra aspra
    che gitta negra sovra nostra vespra
    etate iniqua umiliosi sputi,


‘

    sì che anche padri invocano aiuti
    a divitate con teste di capra
    o a belzebù, sperando ch’apra


    gl’inferi giri, scuri, morti, muti,

    a noi che vivi tra morti ristiamo
    con grave allarme riguatando loro
    di fella Italia omai campioni puri.

    


E nè ancor più consola che no’ siamo
    apprezzatori de smegma e de sboro

    o di madonne con gran cazzi duri.


    
È inutile nasconderselo, neanche le amene seratine in sacrestia, con piacevoli puntatine presso l’abside o in confessionale, in compagnia di don Paolo, del travon Consuela e de’ bravi chierichetti, riescono più a colmare il vuoto apertosi nei nostri poderosi, fieri ma frali petti, dopo che i vigliacchi ce ne hanno strappato il cuore, con le continue umiliazioni inflitte alla nostra cara patria dai molti e barbari invasori, privi di gusto, finezza o cultura, che pretendono ormai di imporci i loro vituperabili costumi: l’ostentato machismo, la sottomissione della donna, la vile condanna della nobile sodomia, l’indicibile proibizione della frequentazione di viados – volgarmente confondendo gli aspetti erotici con quelli spirituali, quelli civili con quelli bassamente legalistici o giurisprudenziali e infine (ciò che è peggio) quelli artistici con quelli bassamente estetizzanti.

    

Plaudo dunque alla vostra eroica opera di resistenza.

    

Con ammirati e fraterni saluti,
    
dott. Bianco Candore

  10. Pico de' Paperis
    Postato il 7 Settembre 2025 alle ore 08:14 | Link diretto

    Prosa

    I giorni che viviamo sono pesanti e funesti, abitati da uomini mortali, insensibili e brutali. Oggi, su questa terra aspra, sembra che una cupa oscurità si riversi come sputo umiliante sulla nostra condizione di viltà e ingiustizia.
    Perfino i padri, disperati, invocano l’aiuto di divinità demoniache, con teste di capro rivolte a Belzebù, sperando che apra i cerchi infernali, oscuri e muti, per accoglierci, noi che siamo vivi ma viviamo come morti, in costante allarme, osservando impotenti ciò che resta dell’Italia, un tempo nobile ma ora corrotta.
    E non ci consola neppure l’essere estranei a certe bassezze, come l’adorazione della materia più vile o di immagini oscene, perché ciò non cambia la desolazione del nostro presente.

    Analisi

    Questa poesia si colloca in un tono cupo, satirico e apocalittico, con evidenti tratti grotteschi.

    1. Tema

    Il testo denuncia una degenerazione morale e spirituale della società contemporanea, raffigurata come “terra aspra” e “vespraetate iniqua”, dove la notte scura cala come sputo di disprezzo.

    Il riferimento ai padri che invocano Belzebù e agli “inferi giri” accentua la disperazione: si preferisce la dannazione piuttosto che restare in un mondo degradato.

    Italia compare come simbolo di una nazione perduta: “campioni puri” ormai sconfitti o corrotti.

    La chiusura, volutamente oscena e provocatoria, nega ogni consolazione, mettendo alla berlina un’umanità attratta solo da pornografia e bassezze materiali.

    2. Stile e lingua

    La lingua alterna arcaismi e latinismi (“vespraetate”, “divitate”, “gl’inferi giri”) a espressioni crude e triviali (“smegma e de sboro”, “madonne con gran cazzi duri”).

    Questa mescolanza crea un effetto di straniamento: il registro alto e quello basso convivono, ricordando la tradizione del realismo dantesco ma filtrata da un gusto moderno, quasi pasoliniano nella violenza linguistica.

    Il ritmo procede per immagini oscure e visioni apocalittiche, con l’uso di metafore forti (terra come “gitta negra”, padri che invocano dèi demoniaci).

    3. Significato complessivo

    L’opera appare come una satira tragica della decadenza morale contemporanea, in cui non esistono più valori autentici: né religiosi né civili.

    L’oscenità finale non è puro gusto scandalistico, ma una denuncia dell’abbassamento dell’immaginario collettivo a ciò che è vile, corporeo e degradante.

    Il contrasto tra il tono profetico e le immagini scurrili amplifica il senso di disperazione, come se la grande tradizione culturale fosse irrimediabilmente contaminata.

  11. dott. Bianco Candore
    Postato il 8 Settembre 2025 alle ore 11:40 | Link diretto

    Egregi uomini il cui orientamento sessuale è distinto dal genere,

    non potrei, e nemmeno mai vorrei, nascondervi quanto orgogliosamente lusingato io mi senta per il fatto che uno studioso ‘sì illustre quale il prof. Pico de Paperis (superiore, a mio sommesso parere, anche a luminari del calibro dei professori Zapotec e Marlin) abbia voluto dedicare il suo preclaro ingegno all’esegesi delle mie povere cose: quei versi invero rappresentano per me – che notoriamente di professione sono artista d’action painting, pediatra molestatore seriale e scienziato in gender studies – ciò che il violino rappresentava per Ingres: il semplice passatempo di un, pur certo geniale, dilettante.
    Ne consegue che la modestia già tipica del mio temperamento e poi ulteriormente affinata colla pratica della scienza (prima quella, rudimentale ed empirica, medica – poi quella, più rigorosa e dimostrativa, degli studi di genere) e soprattutto dell’arte, che ci insegna l’umiltà costringendoci a confrontarci inizialmente coi grandi maestri del passato e poi con quella prima maestra che è la natura – ne consegue, dicevo, che la mia sia innata sia coltivata modestia, mi indurrebbe in prima battuta ad attribuire a un mio proprio inciampo di poeta colto e talentuoso sì, ma non professionale, l’errore d’interpretazione nella resa in prosa del mio sublime ma improvvisato sonetto.

    Leggiamo infatti nell’acutissima parafrasi che ne fa il de Paperis la brillante versio prosarum della terzina conclusiva che quivi riportovi: “E non ci consola neppure l’essere estranei a certe bassezze, come l’adorazione etc”, dovuta non già a un inimmaginabile inciampo depaperiano, quanto all’incauta scelta del qui scrivente dott. professore nella lectio del lemma “noi”, che ho deciso di rendere con un: no’ – con apocope della vocalica fricopalatalica frigio-discendente “i”, laddove l’eminente studioso ha inteso un troncamento della nasale alveovelare sfenoetmoidale “n”, con effetto di quelle doppia negazione (non…non) che tanta gloria ha portato alla poesia italica e achea. Sommessamente rilevo come tale stratigrafico moltiplicarsi di significati, anche nell’errore od inciampo, non si debba al miserrimo prodotto della mia insignificante persona, ma alla grandiosità stessa della natura, di cui anche la poesia, non dimentichiamo, è in ultima analisi un prodotto… eppurtuttavia rimango un uomo di scienza!

    E la scienza, stimato collega, ci insegna che di fronte ai fatti bisogna tacere: di fronte all’evidenza sperimentale lo scienziato umilmente gitta via la più elegante e ed euristicamente ricca teoria e torna a capo chino a gettarsi nell’hodie quotidie res fabricae, nel gravoso ma esaltante lavoro di laboratorio – non debbo del resto dirlo a Lei, che pratica la nobile scienza della filologia, scientifica al pari della medicina, seppur non ai livelli degli studi di genere!

    E i fatti, egregio signore, sono questi e sono chiarissimi! Io intendevo che ormai, nella svilita (non ultimo dalla perdita di competenza in materia umanistica di molti supposti accademici) nostra victa paupera Italia, NON ci consolano nemmeno più la smegma e lo sborro, o gli odorosi uccelloni lubrici del travon Consuela, questo io intendevo, non certamente che “noi” ci consoliamo di non praticare tali elevati solluccheri, quasi fossimo dei retrogradi marocchini, rumeni o serboslovacchi, canaglie capaci di praticare la sodomia solo in un contesto di svenevole amore romantico! No’ (vale a dire NOI!) ben sappiamo che tali sentimenti si convengono solo nell’ambito pedagogico del rapporto tra erastei ed eromenoi, non certo nella nobile sodomia, che va invece praticata tra adulti, uno almeno dei quali – va da sé – non consenziente!

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