Sono quasi le quattro di una notte fredda e nebbiosa quando la vecchia Punto bianca del 2003, intestata a qualcuno di cui ormai si è persa la memoria, entra sferragliando nel buio parcheggio compreso tra tre blocchi di casermoni popolari. Crauto dà una botta all’auto davanti, una a quella dietro, parcheggia mezzo storto a cavallo tra due posti con una ruota sul marciapiede e spegne il motore.
Silenzio.
Solo il ticchettio metallico del motore che si raffredda.
La serata è stata un trionfo di bassezza: due grammi di coca appena accettabile, tre attempate puttane dell’est che si sono alternate su di lui con l’entusiasmo di chi sta svuotando il bidone dell’umido e un’infinita bottiglieria di alcol da discount. Ha scopato senza gioia, tirato senza misura e riso senza allegria. Ha speso soldi che non aveva, promesso cose che non manterrà e raccontato almeno quattro volte la stessa storia a persone che non volevano ascoltarla.
Adesso rientra a casa con il portafoglio vuoto, il cazzo indolenzito, la testa che rimbomba, la coscienza leggera e l’intestino che gli manda segnali inequivocabili di imminente sommossa.
Resta qualche minuto immobile, sbracato sul sedile, con la testa reclinata all’indietro e gli occhi socchiusi. Osserva la bassa nebbia che avvolge il parcheggio come un pietoso sudario, inghiottendo le automobili, i cassonetti, le scritte sui muri, le panchine sfondate e le facciate annerite dei palazzi. Cerca di ricomporsi e di assumere un’espressione vagamente presentabile, nello sventurato caso in cui la megera presso cui si è accasato sia ancora sveglia.
Uno scrupolo del tutto inutile, considerato che la suddetta megera è capace di sospettare di qualunque cosa e di vedere indizi di colpevolezza ovunque, tranne dove è evidente che vi siano.
Scende dall’auto barcollando. L’aria fredda gli si infila sotto la giacca e gli provoca un brivido lungo la schiena. Suda, ha la bocca impastata, il naso che cola e un sapore metallico in fondo alla gola. Accenna tre molli passi verso il portone quando lo strizzone lo colpisce violento come una coltellata al basso ventre.
Non è un semplice mal di pancia. È una sentenza.
Una fitta vigliacca e liquida gli torce le budella come si strizza uno straccio fradicio. Per un istante rimane immobile, ansimando con gli occhi sbarrati e la bocca aperta.
Non c’è possibile controllo. Non c’è tempo. Non c’è dignità. Solo urgenza e istinto animale.
Crauto si guarda intorno. È circondato da tre palazzoni con decine di finestre, ma è notte fonda, c’è nebbia e il parcheggio è deserto, illuminato solo dall’unico lampione malato che ancora funziona.
Trova accogliente asilo tra una Golf scassata e una Mercedes bianca degli anni ’90. Si infila nel provvidenziale cacatoio di fortuna e abbassa i pantaloni con gesti impacciati quanto frenetici, in una disperata corsa contro il tempo.
Il getto esce violento e liquido, una cascata calda e acquosa che schizza la Mercedes prima di colpire l’asfalto con un suono osceno, tipo secchio rovesciato. L’odore è immediatamente soffocante: acido, chimico, fermentato, un tanfo di merda liquida, bile, alcol e putrefazione intestinale che sale denso e umido, quasi palpabile. Un odore che può provenire solo da un culo costretto ad espellere roba che non dovrebbe essere introdotta nel corpo.
Crauto riprende fiato. Ha gli occhi chiusi, la fronte appoggiata sul cofano della Golf, le mani aggrappate al paraurti e il culo che gli brucia come se gli ci avessero spento una sigaretta. Scarica gli ultimi rimasugli di quella vile aggressione e rimane lì, ansimante, cercando di mettere insieme qualche brandello di dignità.
È in quel momento che una voce squarcia la notte.
MA CHE SCHIFO! MAIALE! PORCO! STA CACANDO TRA LE MACCHINE! AIUTO! POLIZIA!
Crauto sobbalza e alza lo sguardo verso la voce.
Dalla finestra del secondo piano è comparsa una figura femminile, illuminata alle spalle dalla luce giallastra della cucina. È una vecchia in vestaglia, con i capelli scomposti e il viso deformato dall’indignazione cronica.
È la Maresca, di professione casalinga mantenuta da sempre, una vecchia acida, pettegola e ficcanaso che odia tutto ciò che è nato, avvenuto o si è manifestato nel quartiere negli ultimi 40 anni. Sa il Cristaccio cosa faccia alla finestra alle quattro di notte.
SUDICIO! SCHIFOSO! CHIAMATE I CARABINIERI!
Il nostro eroe la osserva in silenzio. Ha il cappello e la sciarpa e la vecchia non pare averlo riconosciuto.
IN GALERA DEVI ANDARE! ZOZZO! MAIALE!
Dopo il primo momento di bestemmiato spaesamento, un interruttore viene premuto nella nera animaccia di Crauto. È stanco, stordito dalla droga e dall’alcol, indolenzito dagli strizzoni di diarrea, accucciato con i pantaloni alle caviglie sopra una pozza della sua stessa merda ma, proprio in quel momento di degradazione assoluta, si sente improvvisamente vivo. Si lascia andare ad una risata. Una risata grassa e sguaiata.
Che cos’è il genio? È fantasia, colpo d’occhio, decisione e rapidità d’esecuzione! (cit.)
Crauto si alza ridendo in modo sbruffone, tenendosi i pantaloni a metà coscia con una mano e si allontana urlando alla vecchia con voce contraffatta, caricata di un accento albanese grossolano e caricaturale:
CAZZO VUOI? IO ALBANESE! IO BISOGNO CACARE FORTE! FANCULO, TA QIFSHA ROBT! TU NO ROMPE COGLIONI, VECCHIA DI MERDA!
La vecchia cornacchia rimane per un istante interdetta. Poi esplode.
ALBANESI DI MERDA! LO SAPEVO! SCHIFOSI! TORNATE A CASA VOSTRA! CARABINIERI! POLIZIA!
Crauto si allontana sghignazzando e facendo gesti osceni alla vecchia. Si rintana tra una siepe e il muro della rampa dei garage. Si sistema alla meglio i pantaloni, si asciuga una lacrima di riso, si accende una sigaretta e rimane in ascolto.
La vecchia, ormai completamente fuori controllo, continua a sbraitare.
QUESTI SCHIFOSI VENGONO QUI A CACARE SOTTO CASA AGLI ITALIANI! ALLA BRAVA GENTE! AIUTO! POLIZIA! GLI ALBANESI!
Crauto ride da solo nel buio, sputacchiando ogni tanto qualche residuo catarroso dal sapore metallico sgrattato in gola. Sa che il meglio deve ancora cominciare.
Alle quattro di notte, del resto, non ci vuole molto perché lo strillare della vecchia arpia provochi le prime reazioni.
Lentamente si accende qualche luce e si apre qualche finestra.
OH! MA CHE CAZZO SUCCEDE?
CHI È CHE FA CASINO A QUEST’ORA?
MARESCA! LA FINISCE DI URLARE? GUARDI CHE C’È ANCHE CHI DI GIORNO VA A LAVORARE, EH!
QUI SI VUOLE DORMIRE!
DORMI TU! QUI CI SONO GLI ALBANESI CHE CACANO SULLE MACCHINE!
Una voce maschile, impastata di sonno e rabbia, risponde da qualche parte:
ANCORA QUESTI ALBANESI DI MERDA? ADESSO SCENDO IO E VI SPACCO IL CULO!
È Manuel.
Manuel abita al primo piano e rappresenta una delle forme più basse e compiute di sottoproletariato suburbano: 47 anni, fedina penale costellata di piccoli reati e qualche mese di pugilato in gioventù che sbandiera tutt’ora per intimorire il prossimo. Un miles gloriosus della suburra, ignorante, collerico, violento, razzista e sfaccendato a tempo pieno. Negli immigrati ha trovato una provvidenziale giustificazione al suo status di disoccupato cronico: sono loro che gli rubano il lavoro.
Si affaccia alla finestra, ascolta per qualche secondo la vecchia, impreca, bestemmia, lancia insulti razzisti, scompare e riappare poco dopo uscendo dal portone in alta uniforme: tuta da ginnastica taroccata Gucci aperta sulla buzza cadente, canottiera ingiallita, ciabatte spaiate, sigaretta accesa e un manico di scopa in mano.
Esce dal cancellino come un toro liberato dal recinto, sbraitando con la voce roca e strozzata di chi fuma come un turco da quando aveva dodici anni.
DOVE SONO? DOVE CAZZO SONO QUESTI ALBANESI?
SONO LÀ! SONO LÀ! HANNO CACATO SULLE MACCHINE! GUARDA! GUARDA CHE SCHIFO!
Manuel si avvicina alla Mercedes. Osserva la pozza in terra, gli schizzi sulla macchina e riprende ad urlare, agitando il manico della scopa come fosse una clava.
FIGLI DI PUTTANA!
Senza alcun motivo, assesta un colpo sul cofano della Mercedes.
È QUESTO IL RISPETTO PER GLI ITALIANI? PER IL PAESE CHE VI OSPITA?
Altro colpo sul cofano.
L’allarme comincia a suonare.
La sirena, improvvisa e assordante, rimbalza tra le facciate dei palazzi e sveglia mezzo quartiere. Altre luci si accendono, altre finestre si aprono e altre voci si fanno sentire. Qualcuno urla di far silenzio. Qualcuno accusa qualcun altro di disturbare. Qualcuno se la prende con questi allarmi che suonano la notte e hanno rotto il cazzo. Qualcuno inveisce contro la puttana della mamma di qualcun altro.
Manuel urla ancora più forte, assestando altre bastonate al cofano.
VENITE FUORI!
stunf
VI ROMPO IL CULO, PORCODDÌO!
stunf
VENITE FUORI, ALBANESI PEZZI DI MERDA!
stunf
Da qualche finestra si affacciano gli albanesi veri.
Rispondono agli insulti, qualcuno scende, gli insulti diventano spintoni, poi pugni, poi il caos.
Altri italiani scendono per a dar manforte a Manuel, altri albanesi scendono per difendere i connazionali, poi arrivano dei rumeni a cui stanno sul cazzo gli albanesi, poi qualche marocchino per ragioni sue su cui non stiamo qui a questionare, poi altra gente che non si sa chi sia…
Nel giro di pochi minuti la strada diventa un’arena interraziale di gentaglia in tuta o pigiama che si picchia senza sapere perché o che viceversa ha deciso che è l’occasione giusta per regolare i conti con qualcuno.
Urla della gente per strada.
Urla della gente alla finestra.
Urla in varie lingue e dialetti.
Gli insulti si mescolano alle bestemmie, i pugni agli spintoni, le minacce alle richieste di aiuto. Qualcuno finisce contro le auto, qualcuna resta danneggiata, un finestrino va in frantumi, gli allarmi suonano all’impazzata.
Crauto, rintanato nell’ombra, contempla soddisfatto con l’aria di un abile artigiano che osserva un lavoro ben fatto. Si sente come un demiurgo del degrado che, con un solo estemporaneo atto di bassezza, ha reso il mondo un po’ peggiore. Questo pensiero gli provoca più piacere e gratificazione di qualunque droga e qualunque puttana.
Quando in lontananza si sentono le prime sirene e si vedono baluginare le prime luci blu, getta via la terza sigaretta, si alza e si allontana nell’ombra senza guardarsi indietro.
Per essere un mercoledì, è stata una bella serata.
Il giorno dopo, sul gruppo Facebook del quartiere…

