Kopi Luwak (una storia di disagio e di merda fumante)

Sezione: Catarsi addosso

E’ uno di quei locali dove vai solo perchè proprio non puoi farne a meno, normalmente per accontentare una portatrice di vulva che vuoi scoparti.

In genere lo capisci subito dal nome, appena ti viene proposto, in che razza di indegno cacatoio pretenzioso ti toccherà pagare a caro prezzo l’insulto alla tua stessa intelligenza che ti appresti a subire col sorriso sulle labbra. Evocativi rimandi a (presunti?) ambienti lavorativi che precedentemente occupavano la struttura: “L’antica Fonderia”, “Il Bottonificio”, “La Manifattura Centrale” e altri nomi che, dietro un’immagine chic ma informale che fa arrapare gli hipster, celano oscure promesse di sodomia culturale, intellettiva e pecuniaria.

Ma la tipa ha un iPhone e un profilo su Tumblr, indossa grossi occhiali di plastica nera, un cappello fedora e talvolta (per fortuna non stasera) quelle orride Brogue coi buchini, per cui non resta che mordere il cuscino e sperare che là dietro non faccia poi così male.

Che poi, veniamo un attimo allo “chic”, che in questi ricercati concept restaurants si declina in shabby chic. Per attenerci ad una definizione ufficiale, potremmo dire che si tratta di un particolare stile di interior design dall’aspetto vissuto e dal sapore retrò, dove tutto sembra messo lì un po’ per caso ma in realtà è studiato fin nei minimi dettagli.

Ora arriviamo ad una definizione più onesta e realistica che può ragionevolmente essere economico ciarpame, spacciato per raffinato design che sapientemente simula economico ciarpame.

Il carpiato concettuale è ardito ma efficace. In poche parole arredi il tuo locale con vecchia monnezza che non stonerebbe in una topaia di Nairobi, rivolgendoti ad una raffinata clientela che non vedrà vecchia monnezza, ma un ricercato lavoro di stile che vuole sembrare vecchia monnezza.

Sì, sono scemi.

Ma pecunia non olet e io apprezzo chi si fotte brutalmente nell’ano questi sofisticati piglianculo. Non apprezzo invece chi mi trascina al loro livello, ma questo è un altro discorso.

Ti accomodi ad un tavolo stinto e consunto con due sedie spaiate e un menù ciclostilato sulla carta gialla del salumiere. Alla tua destra un tavolo di femministe quarantenni vegane che discutono di poetesse lesbiche guatemalteche. Alla sinistra un gruppo di “creativi” con barba lunga e risvoltino ai pantaloni che nominano continuamente Berlino.

“Carino eh…” pigola la femmina.
“Sì, non male.” replichi, reprimendo disgusto.

Dai un’occhiata al menù e il fegato ti si incancrenisce all’istante leggendo tofu, seitan, maionese vegan e roba simile. Anche virando su pietanze da carnivori, la situazione migliora di poco: bollito di manzo Angus con arancia e polvere di pistacchio di Bronte, maialino in crosta alla liquirizia ed erbette della Provenza, salmone glassato al miele con pere e riduzione di aceto balsamico e altri improbabili troiai che meriterebbero solo di finire nel trogolo dei maiali.

Hai quasi un sussulto di fiducia nell’umanità quando, scorrendo i nomi di quelle indegne porcherie, intravedi la parola “lampredotto”. Leggi meglio. Riso al lampredotto con fave di cacao e chicchi di melograno.

Ti allenti il nodo della cravatta, sudando livore e nazismo.

Arriva il cameriere, vestito come lo scemo di Otto Sotto un Tetto, che stai ancora cercando di scovare qualcosa di commestibile. La gallina che ti siede davanti ordina con disinvoltura una roba di cui ignori origine e composizione, ma il cui nome incude termini in più lingue diverse. Probabilmente uno di quei piatti che richiedono più tempo per pronunciarne il nome che per esser mangiati.

Alla fine ripieghi sulla pietanza che così ad occhio ti sembra meno ributtante: brasato di vitella alle cipolle e salsa di Jalapeño.

La signora prende anche l’iniziativa di ordinare due birre, dopo che tu hai sapientemente deviato dall’ipotesi vino. Non per pregiudizio ma anche sì, perchè se in un ristorante a Firenze prendi la carta dei vini e leggi solo nomi stranieri, è legittimo pensare che vogliano rivogarti un Tavernello svedese al prezzo del Sassicaia.

Al tavolo accanto, le quattro frigide discutono dell’omicidio di Ashley Olsen. Sono indignate dal risalto mediatico dato al fatto che l’assassino fosse negro, poichè ritengono che questo alimenti assurde generalizzazioni razziste. Perchè ovviamente, testuali parole, “Cosa c’entra la razza? Gli uomini sono di natura tutti porci, maniaci e stupratori!”.

“Come per i fatti di Colonia!” rincarano.

Di certo le signore hanno molti gatti.

Dall’altra parte i mongoloidi col risvoltino continuano a parlare di Berlino, start up, Berlino, mostra di fotografia, Berlino, farecosevederegente, Berlino, organizzare eventi, Berlino, caffè letterario, Berlino, Berlino, Berlino.

Fissi la tipa mentre fingi di ascoltarla e ti chiedi se la tua valutazione sia stata corretta e se sotto quell’abbigliamento di merda da hipster ci sia davvero del materiale per il quale valga veramente la pena di subire simili angherie. La risposta arriverà insieme ai piatti.

Sorseggiamo una “birra artigianale” dall’etichetta concettuale con caratteri scandinavi che costa 7 euro per una bottiglia da 33 e che ha lo stesso sapore delle lattine da romeni del discount.

“Questa sì che è una birra buona. La prendo sempre quando vengo qui. Viene prodotta a Høyheimsvik usando l’acqua purissima del ghiacciaio Briksdalsbreen da un gruppo di giovani architetti che bla bla bla…” guaisce l’infame cortigiana, che ha letto l’etichetta posteriore e quindi è diventata la massima esperta in materia.
Cominci a cedere.
“Oddio… sinceramente, senza andare a scomodare i trappisti, direi che forse è meglio la Moretti presa al bar.”
“Ahahah… ma perchè tu non ti intendi di birre buone. Devi sapere che viene filtrata con antichi sacchi di juta solo in notti di plenilunio che bla bla bla…”

Ti guardi intorno e la fauna è in linea con i tuoi vicini di tavolo. Gente che parla con gente mentre entrambi spippolano sul tablet, gente seduta davanti ad un Mac che prende annotazioni su taccuini Moleskine, gente cha parla di Londra, gente con magliette con frasi sarcastiche, gente con magliette con stampe triangolari di paesaggi, gente con la maglietta di David Bowie comprata dopo il 10 gennaio, gente che guarda se c’è gente che la guarda, gente che fa cose che altra gente si aspetta che faccia. E ovviamente gente scoglionata che manda la mente altrove mentre finge di ascoltare chi gli siede davanti.

Arriva il cameriere e viene verso di voi con due enormi piatti quadrati, ma tu sai bene che in certi casi le dimensioni non contano, e che quell’ettaro di terraglia recherà con sè una porzione da profugo biafrano. Come te lo posa davanti, lo scenario che si offre ai tuoi occhi è desolante. Su una superficie pari alla copertina di un vinile sono disposti, in alto a destra, tre (3!) fettine di carne pallida e asciutta, in basso a sinistra, un grumo limaccioso di cipolle caramellate e, al centro, uno scarabocchio sgocciolato di salsina verdastra appena sufficiente a sporcare il piatto per farlo sembrare meno vuoto.

Il piatto di lei è ancora più vuoto: una tazza di brodino, qualche croccantino per cani da gettarci dentro a far la zuppetta e un deprimente sformatino di roba fibrosa. Pare di carciofi e finocchi. Ma con una fogliolina di menta ad ingentilire il tutto.

Tu finisci le tue tre fettine di mestizia che lei sta ancora elaborando la foto del suo piatto per caricarla su Instagram. Poi su Facebook. Poi ti ci tagga. Poi arrivano i commenti dei tuoi amici che ti deridono. E tu non rispondi, perchè te lo meriti e lo sai.

“Ihihih, che simpatici…” starnazza l’anatide, che mentre mangia controlla le notifiche in tempo reale, rispondendo, distribuendo likes e ridacchiando soddisfatta.

Sopra la sua testa pende una vecchia gabbia rugginosa per uccelli al cui interno si consumano quattro candele. La fissi mentre fantastichi su una notte dei cristalli dedicata a simili simposi di fotografi artistici coi mocassini e laureate in scienze dell’interculturalità.

Gli svantaggiati alla conquista di Berlino stanno bevendo dei cocktail serviti nei barattoli che mia nonna usava per la conserva. Dall’altro lato, il pollaio ovarico è intento a discutere dei danni provocati dei vaccini, di come curare ogni male con limone e bicarbonato e del motore che va ad aria compressa che funziona benissimo ma ce lo tengono nascosto per venderci il petrolio.

“Basta, sono piena!” gracida la tipa, riponendo le posate nel piatto, assieme a più di metà delle miseria che le avevano portato. Tu hai ancora fame, ma quella roba ti fa schifo solo a guardarla e in più vuoi andartene il prima possibile.

Ma lei vuole il dolce.

Perchè col cazzo che è piena! No, miei cari. E’ che quella tazza di piscio caldo fa schifo anche a lei, ma non può ammetterlo, se non al prezzo di passare per una che non capisce la buona cucina.

Tu rinunci al dessert. Dopo aver letto cremoso di cioccolato belga con sorbetto di lime e pepe rosa e crumble di fichi caramellati e bacche goji al sale blu di Persia, chiudi il menù senza andare oltre.

Lei invece ordina una mousse di panna, agrumi e salamoia, ne mangia due cucchiaiate e lascia lì il resto, ragliando “Te l’avevo detto che ero piena!”.

Al che decidi di prendere in mano la situazione, per far cessare questa agonia, e chiami il cameriere.

“Scusi, due caffè, per favore.”
“Certo, le porto subito la carta.”

La carta.

Dei caffè.

Perchè non è che puoi chiedere “un caffè”. Mica sei al bar dei camionisti. Qui devi essere preciso. Per esempio puoi chiedere un Pure Hawaiian Kona Coffee (7 euro a tazzina), un New Caledonian Bourbon Pointu (16 euro) o un Kopi Luwak (25 euro), conclusiva sublimazione del fatto che in questi posti si mangi la merda e la si paghi a peso d’oro.

La gallinacea ordina un onesto New Caledonian Bourbon Pointu, giusto perchè le fa schifo l’idea di bere un decotto di roba mangiata e ricacata, e lo beve commentando il sapore corposo, le note robuste e l’aroma persistente così come lo ha letto sulla descrizione.

Tu bevi il caffè più pezzente, che costa 4 euro e sembra un Nespresso.

Non ti azzardi a chiedere un amaro.

A questo punto lei si alza e va in bagno, per lasciarti il tempo di pagare. Perchè è sì moderna, emancipata, indipendente e insofferente alle stantie usanze della società patriarcale, però, cazzo… mica vorrai far tirare fuori il portafoglio ad una donna?

Scuci 90 euro, porcando il Cristo e pensando a quante volte hai sfottuto i tuoi amici puttanieri perchè “pagare per scopare è da sfigati”.

Ritorna.

“Allora, adesso che facciamo? Al Concept Wine & Books Fusion Lounge Bar c’è la mostra fotografica di un artista internazionale e il concerto di un gruppo elettro indie.”

Traduzione ragionata: Andiamo in quel pretenzioso locale di merda frequentato da trentenni fuoricorso di scienze politiche che si atteggiano a dotti intellettuali. Vedremo foto in bianco e nero di tombini, marciapiedi, scorci urbani e capannoni industriali, scattati da un fancazzista figlio di papà che invece di starsene a casa sua a non fare un cazzo è andato a non fare un cazzo a giro per l’Europa e adesso è tornato qui perchè il papi gli ha tagliato i viveri. Il tutto con la colonna sonora di cinque coglioni che mischiano Morrisey con i Kraftwerk, le suonerie del Nokia 3310 e testi da Luna Pop incazzati ma senza un valido motivo.

No. Non ce la puoi fare.

“Guarda, non mi sento tanto bene. Forse è meglio se vado a casa.” dici, lasciando volontariamente capire che stai mentendo e che sia una scusa per scaricarla.

E lei potrebbe dirti “Ok, allora grazie per la serata. Ci vediamo. Ciao ciao.”

Ma non lo fa.

Non lo fa perchè non può accettare un rifiuto. E’ una donna moderna e non può essere scaricata, perchè sarà lei a scaricarti quando ne avrà voglia. Ma per poterti scaricare, deve prima legarti in un qualche modo a lei.

Il che vi condurrà esattamente al tuo obiettivo primario. Dopodichè ti caccerà di casa, per ribadire che lei è libera e indipendente.

Se ritiene di averti ferito, sarà soddisfatta e non ti cercherà mai più.

In caso contrario, continuerà a spalancarti le gambe per molto tempo, in attesa di notare da parte tua un attaccamento che le consenta di giungere al punto di cui sopra, al fine di farti pagare la sofferenza che lei ha provato a causa di altri uomini.

Cosa che non accadrà perchè, dopo averla montata qualche volta, ti romperai il cazzo entro breve e la smollerai nel suo bozzolo di emancipato ed intellettuale grigiore, ad aumentare il carico di astio e insicurezze.

Anche perchè è decisamente una figa di legno e fa pompini più noiosi di una canzone dei Sigur Rós.

Ciao Stefania. Come stai?

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2 Commenti

  1. Michi
    Postato il 13 agosto 2017 alle ore 10:43 | Link diretto

    Io mi sono fermato in riflessione su “porcando il Cristo”.
    Risultano interessanti queste interpretazioni regionali, questo modo di concepire la divinità. Cioè, Cristo che in quel preciso istante diventa porco.
    Ecco, qui è evidente la differenza. Questo locale non si trova in Friuli, e tanto meno il protagonista di questo racconto è friulano.
    Nella credenza popolare friulana, Cristo è già porco di suo. Non puoi porcare una divinità che è già animale.
    Di lì a dire che io sono uno attento a questi dettagli, Dio boia.

  2. Apinodimacerie
    Postato il 13 agosto 2017 alle ore 14:22 | Link diretto

    Ma diovipera, sono spariti i vecchi commenti? C’era roba epica!

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