L’era del post-x: lettera aperta ad un popolo di svantaggiati

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Siamo passati dall’era della post ideologia, che ha spazzato via quasi un secolo di valori e principi, all’era della post verità, in cui non esiste più il vero o il falso ma tutto diventa opinione. Peggio, siamo nell’era del post it, in cui tutto deve essere espresso in una manciata di parole, perchè il lettore medio già alla seconda riga accusa un calo di zuccheri per lo sforzo e alla terza ha un ictus e dà la colpa alle scie chimiche. Peggio ancora, siamo nell’era del post su Facebook, in cui qualunque cazzata, con poche righe scritte ad hoc, in maiuscolo e con piglio anticasta può raccogliere consenso e diffusione da migliaia di persone che nemmeno l’hanno letto.

Ma tranquilli, Geppe ha la soluzione. Come si fa a sapere se una notizia è vera o falsa? Semplice, basta chiederlo allaggente. I vaccini fanno diventare autistici? L’euro ci ha rovinati? Ci stanno avvelenando con gli OGM? Il blog di Geppe è una macchina per far soldi? La stampa è corrotta e vi mente, ma non preoccupatevi. Un onesto e competente pool di casalinghe di Voghera, manovali di Casalpusterlengo e disoccupati di Afragola si occuperà di certificare le verità a cui potrete ciecamente credere.

E voi siete la feccia decerebrata che si pascerà di questo Völkischer Beobachter in salsa grillesca, così come vi pascete di tutti i cazzo di merdosi opinionisti che appestano questo paese. L’opinionista è già di per sè una figura ributtante, al servizio chi non ha la testa per farsi una propria opinione, partendo dai fatti, ma ha comunque bisogno di qualcosa di cui parlare coi suoi pari al baretto. Adesso però stiamo andando ben oltre.

Voi siete la massa di idioti che, privi dei necessari strumenti culturali per far fronte ad un prepotente bias di conferma, non vogliono notizie vere per tenersi informati, ma semplicemente notizie che confermino le proprie convizioni. Voi non volete che qualcuno vi dica la verità. Volete semplicemente che vi si dica che avete ragione. Leggi tutto »

Speriamo che non è schifo!

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venerdì 1 aprile
Firenze centro
ore 22:15 circa

Io e l’amico Bercio varchiamo la soglia di un noto locale della zona, di cui siamo clienti abituali, con un ghigno satanico dipinto in volto. Dietro il banco ci attende il barman Cecco, al suo ultimo weekend di lavoro, che ci accoglie con un espressione carica di altrettanto luciferina soddisfazione.

Il locale si sta riempiendo, come consueto, oltre ai soliti habitué, della classica quota di turisti e studenti stranieri, in prevalenza americani e inglesi. In fondo, sul piccolo palco allestito per la musica live, T.C. sta barbonamente approntando ciarpame per il suo classico unplugged gradevole quanto un chiodo rugginoso piantato nel glande.

T.C., dove T. sta per un nome angloamericano e C. per un cognome italoterrone, è un obeso lercione del New Jersey in infradito che vive da diversi anni a Firenze, sbarcando il lunario con pezzenti unplugged di cover, in  attesa di diventare una star.

Il grasso ominide, riunendo in sè la dabbenaggine americana e la cazzimma terronide, è uso tentare costantemente di fottere il prossimo ma, essendo  stupido come un tacchino down, finisce regolarmente col far scoprire i propri malaffari.

Per carità, non si parla di roba grave e delinquenziale, ma di atti meschini e miserabili tipo la maldicenza volta a rovinarti la piazza con qualche donna o rubarti la birra dando la colpa a qualcun altro. Il tutto corredato da un’eccessiva e ostentata cordialità, con sorrisi, strette di mano, abbracci e un grande spreco di bro.

Fu così che questo soggetto da schiaffi sul cazzo, ottenne il prevedibile risultato di restare sulle palle un po’ a tutti quanti abbiano avuto modo di conoscerlo, compreso lo staff dei locali, i clienti, i negri che vendono carabattole per strada, i bangla con le rose e, ovviamente, noi due.

Anzi, noi tre.

Facciamo due saluti, reclamiamo il nostro posto al banco, ordiniamo due birre e, con lesto movimento da spacciatore magrebino, deponiamo un pacchetto nelle mani del trepidante Cecco. Leggi tutto »

Kopi Luwak (una storia di disagio e di merda fumante)

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E’ uno di quei locali dove vai solo perchè proprio non puoi farne a meno, normalmente per accontentare una portatrice di vulva che vuoi scoparti.

In genere lo capisci subito dal nome, appena ti viene proposto, in che razza di indegno cacatoio pretenzioso ti toccherà pagare a caro prezzo l’insulto alla tua stessa intelligenza che ti appresti a subire col sorriso sulle labbra. Evocativi rimandi a (presunti?) ambienti lavorativi che precedentemente occupavano la struttura: “L’antica Fonderia”, “Il Bottonificio”, “La Manifattura Centrale” e altri nomi che, dietro un’immagine chic ma informale che fa arrapare gli hipster, celano oscure promesse di sodomia culturale, intellettiva e pecuniaria.

Ma la tipa ha un iPhone e un profilo su Tumblr, indossa grossi occhiali di plastica nera, un cappello fedora e talvolta (per fortuna non stasera) quelle orride Brogue coi buchini, per cui non resta che mordere il cuscino e sperare che là dietro non faccia poi così male.

Che poi, veniamo un attimo allo “chic”, che in questi ricercati concept restaurants si declina in shabby chic. Per attenerci ad una definizione ufficiale, potremmo dire che si tratta di un particolare stile di interior design dall’aspetto vissuto e dal sapore retrò, dove tutto sembra messo lì un po’ per caso ma in realtà è studiato fin nei minimi dettagli.

Ora arriviamo ad una definizione più onesta e realistica che può ragionevolmente essere economico ciarpame, spacciato per raffinato design che sapientemente simula economico ciarpame.

Il carpiato concettuale è ardito ma efficace. In poche parole arredi il tuo locale con vecchia monnezza che non stonerebbe in una topaia di Nairobi, rivolgendoti ad una raffinata clientela che non vedrà vecchia monnezza, ma un ricercato lavoro di stile che vuole sembrare vecchia monnezza.

Sì, sono scemi.

Ma pecunia non olet e io apprezzo chi si fotte brutalmente nell’ano questi sofisticati piglianculo. Non apprezzo invece chi mi trascina al loro livello, ma questo è un altro discorso. Leggi tutto »

Laydo è morto! Viva Laydo!

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Filed under Editoriali

Praticamente pare che a Roma qualcuno, che evidentemente non ha un cazzo da fare da mane a sera, si sia preso la briga di sporgere denuncia contro Laydo, presentandosi dalla Polizia con un malloppone di pagine stampate direttamente dal sito, sui cui erano ben evidenziate le parti incriminate. Quale più nobile intento per dissipare Amazzonia?

Non so se l’agente che ha preso la denuncia fosse un mezzo ritardato o se semplicemente abbia voluto assecondare il/la ritardato/a che gli è presentato d’innanzi col faldone, giusto per toglierselo dalle palle. Fatto sta che la denuncia è stata raccolta per i presunti reati di instigazione all’odio razziale e diffamazione nei confronti delle religioni e delle persone diversamente abili. Che detto così sembra anche brutto.

Il tutto arriva in mano ad un giudice che dopo aver esaminato il fagotto, si rende evidentemente conto che forse Laydo non è proprio un organo di propaganda neonazista, come risulterebbe dalla denuncia. Pertanto incarica l’agente A******o di interrogare i nostri eroi per chiarirne “motivazioni ed intenzioni”.

Ed è qui che, una fredda mattina invernale grigia e pungente, Laydo 1 e Laydo 2 varcano i cancelli della centrale di Polizia Postale di Firenze. Appuntamento alle 9:30, come richiesto dall’agente, che li attende per far loro “alcune domande”. Leggi tutto »

Nichilismo Elitario – Lista Laydo

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Filed under La buona stampa

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Il Paperolaydo e l’impegno politico, ovvero “Noi saremo beceri, ma qualcun’altro è ritardato.”

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Filed under Dal mondo di Giudeobook

In attesa che ci sblocchino la pagina ufficiale, ne approfittiamo per celebrare come si conviene l’esimio e sagace leghista Andrea della Puppa che, ritenendo opportuno e per nulla fuori luogo pubblicare sulla sua pagina FB un’immagine del Paperolaydo, ha immancabilmente attirato approvazione e plausi comunemente riservati a Laydo.

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Al minuto 10:40 il Paperolaydo assurge agli onori della cronaca.

Le cronache di Pellizzaro – parte III

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Filed under Disagio urbano

N.d.L: Quella che state per leggere è  la terza parte della raccolta delle avventure di Pellizzaro, una versione rivista e corretta di aneddoti originariamente scritti come commenti da un lettore, adesso diventato autore (prima e seconda parte).

 

 

 

 

Oggi pomeriggio i pellizzari hanno svuotato giù dalla finestra il contenuto della scopa elettrica, cioè polvere, peli, briciole, blatte, cazzo, merda e tutto ciò che puoi raccogliere su un pavimento che probabilmente viene pulito una volta ogni eclissi solare.

Per carità, nulla di diverso da ciò che hanno sempre fatto, se non fosse che stavolta nel cortile, proprio sotto la loro terrazza, c’era un condomino che stava verniciando le porte. Leggi tutto »

L’Animalista

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Filed under Natura ed ecologia

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Le cronache di Pellizzaro – parte II

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Filed under Disagio urbano

N.d.L: La seguente raccolta comprende la versione rivista e corretta di aneddoti originariamente scritti come commenti da un lettore, adesso diventato autore. Nel primo articolo potete leggere l’antefatto.

 

Nuova scenata di Pellizzaro raccontatami poco fa dal vicino della casa accanto.

Il caro Pellizzaro, essendo terrone, risulta ovviamente invalido e quindi ha il tagliando per gli appositi parcheggi, anche se ancora nessuno ha capito quale sia il suo handicap, oltre a quello di essere appunto terrone.

Nel nostro condominio c’è una famiglia che si traferisce altrove e l’altro giorno c’era il camion della ditta che sta facendo il trasloco. Dovendo caricare, si sono piazzati proprio davanti all’ingresso, occupando in parte anche il parcheggio che il buon Pellizzaro ritiene sua proprietà privata.

Mentre se ne stanno lì a sfacchinare al caldo di agosto, arriva il mariuolo sulla sua vecchia classe A e comincia a suonare sguaiatamente perché si spostino.

Al che uno dei facchini si avvicina e gli chiede cosa vuole, così il selvaggio comincia a inveire dicendo che lui deve parcheggiare e che loro gli stanno bloccando il posto.

Il facchino risponde educatamente che hanno occupato solo un pezzetto della spazio e che facendo due manovre ci può entrare comunque senza problemi, mentre loro col camion e la roba da caricare sono un po’ in difficoltà, ma Pellizzaro non sente ragioni e vuole che gli facciano posto.

Il facchino allora gli fa notare che poco più avanti e più indietro c’è un sacco di posto, visto che effettivamente siamo in piano agosto e la strada è semideserta.

A quel punto Pellizzaro comcia ad urlare e a napoletaneggiare che il parcheggio è suo, che glielo devono liberare , che non c’è più rispetto per gli invalidi e gli farebbe provare cosa vuol dire essere al posto suo e altre cazzate del genere.

Vi prego di notare che la seguente scena è avvenuta tra un improduttivo fancazzista parassita finto invalido, seduto nella sua macchina col condizionatore acceso, e un facchino sudato intento a caricare mobili sotto il sole di agosto.

Il suddetto facchino allora perde le staffe e comincia a rispondergli quello che si merita, finchè non arriva un suo colloega un po’ più furbo che si avvicina a Pellizzaro e gli fa “Buongiorno signore. Guardi… se non le riesce di parcheggiare, se vuole possiamo parcheggiargliela noi.”

A quel punto Pellizzaro, punto nel vivo della sua terrona virilità, parte sgommando e non parcheggia nè lì, nè più avanti nella via. Semplicemente se ne va facendo rombare inutilmente il motore a testimonianza del suo essere un vero uomo.

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Teste di cazzo levate subito quella foto

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Filed under Dal mondo di Giudeobook

Come i più attenti di voi avranno notato, abbiamo raggiunto l’invidiabile traguardo della decima chiusura della pagina Facebook. Vedremo se aspettare che magari ce la riaprano, se e quando aprirne una nuova, se abbandonare il progetto per diventare brave persone o se trasferirci nel sud est asiatico per approfittare sessualmente della povertà locale.

Ma non vogliamo parlare dell’ennesima chiusura, bensì del degno epilogo.

Dopo Graziello, Mariello e Gabriello, una nuova tragica storia (falsa) di violenza e abusi aveva sciolto il cuore di qualche centinaio di gonzi, boccaloni, canare isteriche mestruate, tardone in menopausa e altra umanità disagiata.

Questo finchè la padrona della bella bestiola, che infatti abbiamo scovato su Google cercando foto di cani brutti (Fabiana, provare per credere), non è giunta su Laydo avanzando strane pretese e minacce di denunce per furto di proprietà intellettuale [sic], con un circense seguito composto da una degna rappresentanza delle succitate categorie.

Scene paradossali con babbei che credono alla solita storiella inventata invocando il solito repertorio di morte e torture, quelli svegli che la sanno lunga denunciano l’evidente fotomontaggio (“pure fatto male”) e la cara padroncina, coadiuvata dal suo fiero manipolo, che si prodiga a spiegare che quella specie di curioso incrocio tra un cinghiale e una iena non è un fotomontaggio, esiste davvero, ma che la storia è falsa. Restando ovviamente ignorata dai più, troppo impegnati a condividere perchè loro hanno un cuore.

Purtroppo, l’appello per l’adozione del povero Giusello è stato vilmente rimosso da Facebook, dietro segnlazione dei crudeli nemici degli animali (qui trovate la nuova versione con la foto di un altro cane storpio “non protetto da copyright”). Ha però avuto il tempo di generare spassosi teatrini, tra cui la discussione con una illustre attivista che, per rispetto della legge sulla privacy, chiameremo Stolta Canara Illetterata.

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